Ci sono luoghi che, con il passare del tempo, finiscono per assumere un significato che nessuna mappa potrebbe mai registrare. Luoghi nei quali si ritorna non soltanto per la loro bellezza, ma perché qualcosa, al loro interno, sembra rispondere a un bisogno difficile da esprimere a parole.
Durante una fase decisiva della mia vita, trovai uno di quei luoghi nei boschi della Cresta di Lägern, a nord del Cantone di Zurigo. Lì, tra alberi ricoperti di neve, temperature sotto lo zero e un silenzio interrotto appena dal vento o dagli animali, stabilii quello che finii per chiamare il mio «quartier generale». Tre alberi, tre punti precisi del bosco e una pratica che, con il tempo, smise di essere soltanto meditazione per trasformarsi in un modo di esplorare i cambiamenti che stavano avvenendo dentro di me.
Ma la natura non fu mai un semplice scenario. A volte sembrava un rifugio, altre una maestra e, in certe occasioni, persino una presenza dotata di un peculiare senso dell’umorismo. Tra stati di profonda connessione, dubbi, piccoli spaventi e incontri inaspettati con il mondo selvatico, quelle fughe finirono per comporre un’esperienza molto più difficile da spiegare che da vivere.
IL FREDDO INVERNALE si estendeva su quel meraviglioso paesaggio naturale dove mi recavo ogni volta che riuscivo a trovare uno spazio libero nella mia agenda personale.
Considerando il periodo dell’anno, presentava un aspetto magnifico e, allo stesso tempo, desolante: un panorama ricoperto da uno spesso strato di neve nel mezzo di una delle numerose aree boschive situate a nord del Cantone di Zurigo.
Era una scena affascinante, tanto per il bianco immacolato che adornava la superficie gelata del terreno quanto per gli alberi e le piante, che sembravano ricoperti da uno strato di cotone. Uno spettacolo visivo difficile da eguagliare; immagini che spesso si vedono raffigurate nelle cartoline della Confederazione Elvetica, con paesaggi montuosi sospesi tra la purezza e l’immobilità , capaci di evocare una sensazione di pace.
Desolante anche perché, mentre mi addentravo lungo uno dei sentieri che si perdevano tra la fitta vegetazione, potei constatare che non c’era anima viva. Il che non era poi così sorprendente, considerando che la temperatura doveva aggirarsi intorno agli zero gradi centigradi o addirittura essere scesa sotto il punto di congelamento.
La cosa curiosa era che il freddo sembrava scomparire non appena stendevo un sacchetto di plastica per sedermi sulla neve, appoggiando la schiena contro uno dei tre alberi che avevo scelto come miei guardiani durante le mie frequenti visite in quel luogo magnifico.
Quello era il posto che avevo deciso di scegliere come spazio ideale per abbandonarmi alla pratica di meditazioni profonde che mi connettevano alla natura in modo autentico.
A volte raggiungevo stati nei quali avevo la sensazione di fondermi con l’ambiente circostante. In quei momenti era abituale perdere la cognizione del tempo, dissolto in sfere di coscienza alle quali consegnavo temporaneamente la mia identità .
Dimenticavo completamente di trovarmi in un luogo che, sebbene fosse generalmente poco frequentato, rimaneva uno spazio pubblico attraversato da escursionisti e nel quale non mancavano animali, uccelli e ogni genere di piccole creature.
A volte erano proprio loro, involontariamente, a riportarmi a quella realtà terrena che abbandonavo di frequente, immerso in piani dai quali estraevo ciò che mi occorreva per continuare a forgiare il delicato ed esigente cammino trascendente.
Quelle astrazioni potevano durare minuti oppure ore. In questo senso non seguivo regole rigide né mi costringevo a continuare quando mi mancava l’ispirazione. Preferivo lasciarmi trasportare dal momento, fluendo con emozioni e pensieri che mi innalzavano verso il cielo o mi trascinavano negli inferi.
A ciò si aggiungevano fattori esterni meno determinanti, legati alla posizione e all’intensità del sole, alle bufere, alla temperatura ambientale e ad altre piccole circostanze. In rare occasioni, il mio stato d’animo — soggetto alle oscillazioni proprie della natura umana — scivolava su una superficie instabile di certezze e assurdità , colpe e dolori, paure e dubbi, trasformando la pratica meditativa in una tortura; un fatto difficile da accettare.
Come ho indicato in precedenza, in quello che ormai consideravo il mio «quartier generale» avevo tre alberi situati in punti strategici, a seconda di dove sentissi di dovermi collocare ogni volta che vi andavo per connettermi con gli elementi.
Il primo si trovava sulla sommitĂ di uno sperone roccioso dal quale era possibile contemplare un ampio panorama della parte bassa della valle, situata a pochi chilometri di distanza.
Il secondo si trovava un centinaio di metri più in basso lungo il sentiero; il terzo, invece, a circa cinquanta metri dal precedente. Quest’ultimo, tuttavia, era meno visibile dal sentiero sterrato che attraversava quel particolare settore del «bosco incantato».
La trasformazione interiore che stavo vivendo non mi permetteva di misurare con precisione chi stessi diventando, poiché non si trattava di qualcosa che potesse essere risolto semplicemente guardandomi allo specchio.
Per chi mi circondava, invece, era quasi istintivo percepire che qualcosa era cambiato… ma cosa? In mia presenza avvertivano che non ero più quello di prima, e questo suscitava in loro un certo rifiuto.
Ignoravano le mie frequenti fughe nel bosco e non avevano la più pallida idea dell’aumento esponenziale delle esperienze mistiche che, in segreto, mi stavano trasformando dall’interno verso l’esterno.
Diciamo che le persone a me vicine non possedevano la capacitĂ di discernere la metamorfosi, ma ne percepivano le manifestazioni periferiche: dal mio aspetto fisico e dal mio modo di comportarmi o di parlare fino al cambiamento radicale delle mie abitudini alimentari e a molte altre cose.
Tutto questo era avvolto da un alone di mistero che li metteva a disagio, sebbene non abbastanza da spingerli a indagare sulle ragioni di quei cambiamenti. Era sufficiente dirsi che quel genere di argomenti provocava loro una certa repulsione.
«Meglio non immischiarci troppo, non sia mai che finiamo per ascoltare cose che ci costringano a mettere in discussione il nostro stile di vita».
D’altra parte, c’era un fattore che mi generava confusione e che aveva a che fare con la mia stessa percezione. Vivendo quel processo con tanta dedizione, non riuscivo a trovare un modo per misurarne la portata né per comprendere come l’immagine del mio «io» si proiettasse nel mondo esterno.
In conclusione, non vedevo me stesso se non attraverso lo sguardo degli altri. Il che rendeva inevitabilmente poco precisa quella visione, considerando che non tutti ti guardano con benevolenza.
Quanto invece a ciò che provavo entrando in risonanza con la natura come fonte di vita, quella era tutta un’altra questione. Ma non in senso ideologico né legato a tesi ambientaliste — così caratteristiche del discorso umano dominante, che non condividevo e rispetto al quale mi sentivo agli antipodi.
Per me era qualcosa di più semplice e intuitivo: un legame autentico che rendeva possibile uno scambio disinteressato attraverso il tessuto sottile del campo naturale che circonda ogni essere vivente, ciò che molti conoscono come aura.
C’erano giorni in cui la connessione era così intensa che le parole risultavano insufficienti. Qualsiasi analogia sarebbe sembrata forzata, come cercare di afferrare l’aria con le mani. Era qualcosa che semplicemente accadeva: inspiegabile ma reale, come se il bosco e io fossimo una cosa sola.
Si potrebbe interpretare come un’osmosi del mio ecosistema con i piani sottili del mondo vegetale, oppure come uno spostamento della coscienza verso un luogo differente, mentre il mio corpo fisico rimaneva sul terreno con la colonna vertebrale eretta, facilitando il fluire dell’energia.
Ciò che continuava a sconcertarmi era la disparità dei risultati a seconda del giorno: a volte mi perdevo negli insondabili strati interiori, fino al punto di non sapere se stessi respirando; altre volte, invece, non riuscivo a concentrarmi, smarrito in dibattiti interiori che non conducevano da nessuna parte.
Poi c’erano occasioni in cui il fallimento era dovuto a fattori esterni estremi, come quando si sollevavano forti raffiche di vento gelido che mi facevano tremare. Inoltre scuotevano violentemente i rami degli alberi, che minacciavano di spezzarsi e cadermi addosso.
A ciò bisognava aggiungere quelli che definii gli scherzi pesanti dello «spirito del bosco», che in rare occasioni mi rovesciava sulla testa un mucchio di neve dalle cime degli alberi senza lasciarmi il tempo di reagire. Prima mi faceva prendere un colpo e subito dopo mi lasciava tremante per il freddo.
Piccoli inconvenienti con i quali dovevo fare i conti quando mi addentravo in un bosco gelato, lontano dai sentieri che lo attraversavano.
Questo genere di «scherzi» non avveniva soltanto per effetto delle bufere; capitava anche quando splendeva il sole, rendendo l’episodio ancora più insidioso. Il cappello di neve si staccava silenziosamente, a causa dello scioglimento, dalla cima o dai rami degli alberi. Con la differenza che, in quei casi, la neve era meno compatta e il colpo risultava meno violento.
A questo punto devo chiarire un aspetto fondamentale: secondo il mio modo di intendere le cose, la natura possiede una componente più eterea che molti negano perché incapaci di vederla, pur essendo in grado di percepirla; di questo sono convinto.
Mi riferisco alle molteplici leggende, favole e miti sugli elementali della natura: fate, gnomi, folletti, silfidi, ondine e ogni sorta di entità che, secondo i racconti delle culture ancestrali, popolano i boschi, i fiumi, i mari, il sottosuolo e l’aria.
Chi può sapere se siano immaginari o se si manifestino soltanto davanti a un determinato tipo di persona? Forse dipende da una particolare capacità che permette di vederli o di interagire con loro?
Non è il mio caso; tuttavia, come concezione che cerca di spiegare la composizione delle strutture invisibili e il modo in cui esse sono governate — rappresentate dagli elementi terra, fuoco, acqua, aria ed etere —, la considero un’idea concettuale che gode della mia piena approvazione.
Con o senza elementali, ogni volta che potevo mi mettevo in cammino senza pensarci troppo. Non appena raggiungevo il «bosco incantato», situato sulla cosiddetta «Cresta di Lägern», mi sentivo a casa, avvolto da una compagnia silenziosa che non giudicava.
Se c’è qualcosa che desidero sottolineare sono quelle visite al mio quartier generale durante le quali accadevano cose fuori dall’ordinario; momenti da ricordare, come quando stabilivo un fugace ma intenso contatto con il mondo animale selvatico. Perché fu proprio ciò che accadde uno dei giorni in cui decisi di andarci, nonostante il freddo glaciale e l’elevato grado di umidità sconsigliassero di rimanere troppo a lungo all’aperto; per questo conclusi che, quella volta, la mia visita sarebbe stata breve.
Con il tempo compresi che quel «quartier generale» non era costituito soltanto da tre alberi disseminati in un bosco svizzero. Il vero spazio che stavo esplorando si trovava altrove, lungo quel confine indefinito in cui il silenzio esteriore comincia a rendere udibile il rumore che portiamo dentro di noi. Non seppi mai con certezza quanto vi fosse di straordinario in quelle esperienze e quanto, invece, appartenesse a una percezione che stava cambiando insieme a me; forse non è nemmeno necessario trovare una risposta. Esistono esperienze il cui valore si perde quando cerchiamo di scomporle fino a ridurle a una spiegazione definitiva. Una cosa, tuttavia, è certa: continuavo a tornare. Per il silenzio, per la neve, per quella strana sensazione di appartenenza e anche per l’imprevedibile. Il bosco non mi promise mai di offrirmi ciò che cercavo, eppure quasi sempre finiva per mostrarmi qualcosa che avevo bisogno di vedere. E, qualche volta, lo faceva nel modo più inaspettato.