Ci sono momenti in cui una trasformazione interiore smette di essere soltanto un’idea e chiede di essere tradotta in azione. In questo brano di «Entre el asfalto y el incienso», Kiran comincia a interrogarsi su cosa significhi davvero mettersi al servizio degli altri e scopre che la solidarietĂ può aprire porte capaci di condurre molto piĂą lontano di quanto avesse immaginato.Â
🇮🇹
NON ERA ANCORA ARRIVATA LA PRIMAVERA, quando nella mia mente continuava a ripetersi lo stesso pensiero, che indicava sì una determinata direzione, senza tuttavia riuscire a concretizzarsi davvero. Il problema era che non sapevo da dove cominciare la ricerca. Come in un ciclo infinito, un’idea attraversava la tela della mia mente e mi spingeva a impegnarmi, in qualche modo, in un’attività altruistica.
All’epoca, per me, era qualcosa di quasi inconcepibile, come chiedere a un agente di borsa di servire pasti ai senzatetto in una mensa sociale. Non perché fosse qualcosa di insopportabile o richiedesse un sacrificio eccessivo, ma semplicemente perché non aveva nulla a che vedere con lo stile di vita al quale ero stato abituato fino ad allora.
Per me, aiutare gli altri si limitava a una questione tra familiari e amici, che si sostenevano reciprocamente quando ce n’era bisogno. Anche se spesso questi aiuti riguardavano soltanto piccole cose e, troppo frequentemente, non andavano oltre le parole.
Dedicare gratuitamente il mio tempo e il mio lavoro a progetti sociali significava invece fare un passo avanti senza sapere da dove cominciare né a chi rivolgermi. Ben presto mi resi conto che l’impegno caritatevole, in una società dominata da interminabili giornate di lavoro, dalla fretta permanente e da una spiccata tendenza a tirarsi indietro non appena un’attività richiede un impegno non retribuito, non suscita precisamente grande entusiasmo.
Anche questo è uno di quegli argomenti che irritano profondamente tutti coloro che vivono completamente immersi nelle proprie insignificanti faccende.
Sui grandi palcoscenici grondanti d’ipocrisia, invece, all’aiuto umanitario viene attribuita un’importanza enorme: il consenso è travolgente, purché il lavoro venga svolto dagli altri.
La verità , tuttavia, è che simili questioni, nel ristretto ambito degli amici, sul posto di lavoro o all’interno della famiglia, difficilmente inducono qualcuno a prendere davvero posizione. Oppure vengono sollevate soltanto dai soliti ipocriti, sempre pronti ad aggiungere un altro punto al proprio conto morale senza avere la minima intenzione di muovere un dito. Nient’altro che parole intrise di cinismo, mascherate da coscienza sociale, che non si traduce mai in azione.
Naturalmente, tutto questo comprendeva anche me, ma ero sul punto di compiere, sotto questo aspetto, un radicale cambio di rotta. Il fattore decisivo era già presente: la mia ferrea determinazione a dedicarmi anima e corpo a una buona causa, senza alcun bisogno di attenzione o riconoscimento da parte degli altri. Un’attività che desideravo svolgere con la massima discrezione possibile, tenendo sempre presente un pensiero: «La tua mano destra non sappia ciò che fa la sinistra».
Non c’erano dubbi: il mio cuore aveva cominciato ad ammorbidirsi; era diventato pura plastilina. I gesti nobili o certe scene riuscivano ormai a commuovermi con una facilità che in passato mi sarebbe stata completamente estranea. Allora, cose del genere o non le notavo affatto oppure le deridevo come un idiota convinto di trovarsi al di sopra del bene e del male.
Che dire? Forse soltanto che da tutto si può imparare e che non è mai troppo tardi per rivoluzionare una vita insipida, colma di facciate vuote e relazioni disfunzionali che ci incatenano a uno stato di insoddisfazione cronica.
Per quanto possiamo esibire un sorriso radioso e riempirci la bocca di parole vuote, invece di alleviare il crescente disagio che portiamo dentro, non facciamo altro che intensificarlo.
Dopo giorni di intense ricerche, riuscii a procurarmi i numeri di telefono e gli indirizzi di diverse associazioni attive in ambito sociale. Da un elenco di indirizzi, dopo la mia selezione, rimase infine una sola possibilità , perché ero fermamente deciso a partecipare a un progetto caritatevole, ma non a uno qualsiasi.
Per me era fondamentale che si trattasse di un’organizzazione indipendente, che non fosse sottoposta alle direttive di un’enorme istituzione né, peggio ancora, della pubblica amministrazione. E non ero nemmeno disposto a dover indossare un’uniforme o qualsiasi altro tipo di abbigliamento identificativo durante la mia attività di volontariato.
«Su questo punto non avrei accettato compromessi: aiutare sì, ma non a qualsiasi prezzo.»
A ciò si aggiungeva il fatto che non avevo mai avuto prima un contatto diretto con organizzazioni di volontariato, per cui la mia mente era piena di dubbi e domande senza risposta.
Il giorno in cui telefonai per la prima volta a Escucha Solidaria, la mia voce e il mio corpo tremavano come una corda di chitarra. Per qualche motivo, avvertivo giĂ il peso di una responsabilitĂ che non avevo ancora assunto e della quale restava ancora da vedere se sarei stato davvero capace di farmi carico nel modo in cui lo immaginavo.
Dall’altra parte della linea mi accolse una dolce voce femminile:
—Escucha Solidaria, come posso aiutarla?
—Buongiorno, mi chiamo Kiran. Telefono perché vorrei parlare con Damian — risposi.
—Per quale motivo desidera parlare con lui? — volle sapere la donna.
—Da quanto mi risulta, è lui a dirigere la vostra associazione — replicai.
—In questo momento non è qui. Se desidera lasciargli un messaggio, posso prenderne nota e mettere più tardi il foglio sulla sua scrivania — disse con una naturalezza che lasciava supporre si trattasse di una procedura abituale.
—Ehm, dunque… in realtà preferirei parlare personalmente con lui — risposi esitante di fronte alle sue risposte evasive, sebbene per nulla scortesi.
—Ma lei lo conosce dalla chiesa o da dove? — domandò la signora all’altro capo del telefono.
—Chiesa? — chiesi allarmato, pensando per un istante di aver forse sbagliato numero e di aver contattato un’altra organizzazione o una sede situata altrove.
—Sì — rispose. — Fa parte della sua parrocchia? — Stava cercando di capire quale rapporto ci fosse tra noi due.
—Mi scusi, ma… sto parlando con l’associazione Escucha Solidaria? — domandai, irritato dal livello di segretezza mostrato dalla voce all’altro capo del telefono, senza che per questo perdesse la calma o la cordialità .
—Naturalmente, gliel’ho detto fin dall’inizio. Ed è proprio per questo che le ho chiesto — proseguì — se conosce personalmente padre Damian.
—Padre… Damian? — mormorai, lasciando intenzionalmente una pausa tra le due parole, come se volessi separare il nome dall’incarico religioso che gli aveva appena attribuito.
Anche lei cominciò a mostrarsi scettica di fronte alle mie risposte ambigue e costellate di controdomande, come se stessimo giocando a rincorrerci.
Dopo essere rimasto in silenzio per qualche istante, per guadagnare tempo e mettere ordine nei pensieri, alla fine risposi:
—Vede, il motivo della mia telefonata è che mi piacerebbe collaborare con la vostra organizzazione. Prima, però, vorrei parlare con Damian e visitare la sede, il cui indirizzo ho trovato sulle Pagine Gialle.
—Ah, capisco! Bene, in questo caso la cosa migliore è che passi la prossima settimana, un giorno qualsiasi dopo le quattro del pomeriggio. Di solito arriva a quell’ora. A volte, però, fa un po’ tardi — disse ora con un tono decisamente più rilassato, dopo aver finalmente ottenuto l’informazione che evidentemente riteneva necessaria per mostrarsi un po’ più disponibile nei miei confronti.
Senza dubbio aveva messo in pratica le sue conoscenze di ascolto attivo per mantenere la necessaria discrezione riguardo all’associazione e alla persona che dirigeva il progetto. Un dettaglio fondamentale in un servizio di quel genere, ma su questo tornerò più avanti.
La salutai, la ringraziai e dissi: «Alla prossima settimana».
—Un prete! — esclamai ad alta voce non appena terminata la telefonata.
Quella particolarità , per me estremamente significativa, mi lasciò profondamente sconcertato e minacciava di trasformarsi in un ostacolo concreto. Dopotutto, già prima della telefonata mi ero costruito una posizione ben precisa dalla quale non intendevo assolutamente arretrare, perché rappresentava per me una conditio sine qua non.
Rimasi per un momento immobile e in silenzio, con il telefono ancora in mano, cercando di assimilare quell’informazione. Non si trattava tanto di simpatia o avversione, quanto della questione pratica se tutto ciò fosse compatibile con le mie idee: nel mio progetto originario non era previsto né un responsabile con un profilo simile né una struttura che, a prima vista, mi appariva più istituzionale di quanto fossi disposto ad accettare.
Preservare il mio anonimato, a quanto pareva, non avrebbe costituito un problema, considerando quanta fatica mi era già costato riuscire anche solo a ottenere un incontro informale con il responsabile del progetto. Offrire la mia collaborazione a un’organizzazione dipendente da una grande istituzione, invece, avrebbe significato per me avere fin dall’inizio un sassolino nella scarpa.
Nei giorni precedenti la mia visita a Escucha Solidaria oscillai tra l’idea di rivolgermi a un’altra organizzazione e scartare quella prima possibilità , oppure non presentarmi affatto. In fondo, non si trattava neppure di un vero appuntamento, ma soltanto di un invito a passare dalla sede, senza alcuna garanzia che quel Damian si sarebbe effettivamente presentato.
Per fortuna, nonostante i molti dubbi che mi assillavano, decisi di seguire la mia intuizione. Ero consapevole di dover imparare a fidarmi delle mie percezioni, invece di lasciarmi condizionare dalle apparenze e da presentimenti privi di fondamento.
Sorprendente era la verità che si celava sotto tutto questo e che rivelava come il passo che stavo per compiere nascesse da un autentico impulso interiore. Ben lontano dall’idea di dedicarmi a un’attività qualsiasi per passare il tempo o di entrare in qualche circolo sociale per vantarmi del mio altruismo appena scoperto. Questa volta seguivo un vero battito della mia anima, che sembrava finalmente pronta a lasciar cadere la propria dura corazza.
Solo pochi mesi prima mi ero ostinatamente impegnato a neutralizzare qualsiasi avvicinamento di sentimenti umani che potessero sfuggire al mio controllo e tornare a ferirmi.
In altre parole: ero deciso a permettermi di essere più vulnerabile e più accessibile agli altri, a coloro che, in un determinato momento e per qualche ragione, avevano seguito quello stesso richiamo interiore. Chissà , forse alla ricerca di un significato più profondo della propria esistenza, incarnato nell’aiuto disinteressato verso persone che stavano attraversando un momento difficile.
Un passo decisivo, che mi ancorò alle fondamenta di quel nuovo modo di rapportarmi al mondo. Tuttavia, quel cambiamento di prospettiva e il mio nuovo modo di mostrarmi nella società facevano di me una persona diversa, tanto agli occhi degli altri quanto ai miei. «Senza dimenticare che la trasformazione in corso procedeva dall’interno verso l’esterno, e non viceversa.»
Quello che nasce come un’inquietudine e un desiderio di aiutare gli altri finisce per trasformarsi in un’esperienza che cambia anche chi offre il proprio aiuto. In «Entre el asfalto y el incienso», l’incontro con la solidarietà diventa un altro tassello del cammino interiore di Kiran, nel quale ogni nuova esperienza mette in discussione certezze che fino ad allora sembravano incrollabili.