Gli aeroporti sono luoghi di passaggio. Alcuni arrivano, altri partono e, nel mezzo, nascono piccole storie che nessuno nota e che si dissolvono quasi subito. Eppure, a volte, tra il rumore ordinario, le valigie, i tabelloni e gli abbracci dei ricongiungimenti, accade qualcosa che non sembra appartenere all’ordine prevedibile di una giornata di viaggio. Quel giorno, a Zurigo, non potevo ancora immaginare che una semplice attesa si sarebbe trasformata in un incontro il cui significato avrei iniziato a comprendere solo molto tempo dopo.
Una delle cose migliori dell’aeroporto di Zurigo erano le sue enormi vetrate. Attraverso di esse potevamo vedere l’area di ritiro bagagli, dove i nuovi arrivati si accalcavano intorno ai nastri trasportatori sperando che proprio la loro valigia fosse tra le prime a comparire; un pensiero assolutamente esclusivo che quasi nessuno ha. Si colga l’ironia. Era anche un luogo in cui non mancava mai la tipica piccola lite tra turisti; un episodio che spesso faceva la gioia di chi, dall’altra parte del vetro e annoiato dall’attesa, trovava in quel confronto, dal quale volavano soltanto scintille, un modo perfettamente legittimo di passare il tempo. Osservavano con aspettativa —chissà se qualcuno arrivava perfino a scommettere— per vedere se finalmente si sarebbe arrivati allo scontro vero e proprio oppure se si trattava dell’ennesima minaccia destinata a finire nel nulla. “Pane e circo”: la parola d’ordine era ancora quella di un tempo. Uno spettacolo insopportabile per alcuni di noi, che comprendevamo perfettamente che guadagnare un minuto non avrebbe allungato le vacanze di nessuno. Né avrebbe garantito di evitare il controllo doganale, dove era facilissimo perdere tutto il tempo guadagnato. In quella situazione, il mio amico propose di andare a prendere un caffè in un ristorante poco distante. —Che pesanti! Meglio togliere le tende —esclamò, contrariato dall’ennesima esibizione di quella “lotta tra galli” in cui di solito tutti starnazzavano senza arrivare mai a usare davvero gli speroni. Inutile dire che, sotto certi aspetti, io e il mio amico ci somigliavamo parecchio. La sua irritazione era più che evidente, motivo per cui accettai volentieri di allontanarci dal posto, sperando che la passeggiata necessaria per andare e tornare gli calmasse un po’ i nervi. Durante il tragitto parlavamo dei nostri prossimi viaggi di vacanza, di alcuni contrattempi capitati qua e là e dei pochi incidenti che, col passare del tempo, erano ormai finiti nella categoria degli aneddoti divertenti. Argomenti ricorrenti in un aeroporto che spesso funzionava come una sorta di analgesico emotivo mascherato: bastava parlare di un viaggio verso un luogo diverso perché i pensieri prendessero il volo da soli verso paradisi nei quali probabilmente non avremmo mai messo piede. Una delle virtù di Theo era la puntualità , degna di un orologio svizzero, una qualità che negli spazi affollati sfiorava l’ossessione. Per questo finì in fretta ciò che aveva ordinato e suggerì di tornare immediatamente alle vetrate. Durante tutto il tempo trascorso seduti, avevo notato che non aveva perso di vista neppure per un istante l’enorme tabellone elettronico appeso al soffitto al centro del padiglione, che mostrava arrivi e partenze in tempo reale. A dire il vero non dovette insistere molto, perché anche sotto questo aspetto eravamo simili. Ci mettemmo in movimento, accelerando il passo per prendere posizione. L’idea era sistemarci in prima fila per controllare l’entrata in scena di Luca, che da un momento all’altro avrebbe dovuto affacciarsi da uno dei numerosi corridoi che conducevano al padiglione centrale. Lo vedemmo quasi subito comparire da uno dei tunnel, attraversando un corridoio aperto con ringhiere di vetro trasparente su entrambi i lati: pensieroso, trascinando i piedi, come se opponesse resistenza al ritorno alla monotona routine, seppellendo proprio lì il dolce far niente. Poi iniziò a scendere le scale che lo conducevano direttamente al nastro bagagli giusto. Appena ci vide, cominciò a gesticolare e a fare smorfie plateali, lasciando intendere che bisognava vedere di che umore fossero i “Roboticops”; così chiamavamo i funzionari dei controlli. Non c’erano dubbi: anche il nostro amico aveva pensato alla stessa cosa, perché in fin dei conti era lui a dover affrontare la situazione. Noi ci limitammo a incrociare vistosamente le dita, così che potesse vederci lui e tutti quelli ammassati intorno a noi; un gesto che divertì alcuni dei presenti che, comprendendone il significato, sorrisero per la trovata tanto appropriata. Ci guardammo, annuimmo in silenzio e ci incamminammo verso la barriera metallica situata a pochi metri dalla porta di uscita: la frontiera invisibile che separava noi, che aspettavamo impazienti, da quelli che arrivavano con lo sguardo sollevato alla ricerca di volti conosciuti. Già da lontano vedemmo che Luca era raggiante: sfoggiava un’abbronzatura invidiabile e quell’espressione tipica di chi era davvero riuscito a staccare la spina e a vivere una vacanza autentica. Mi succedeva sempre la stessa cosa al terminal degli arrivi: provavo una sensazione agrodolce. Da una parte l’enorme gioia del ricongiungimento; dall’altra un lieve pizzicore che si affacciava timidamente, per poi svanire all’istante quando vedevo quella persona comparire con una vitalità tanto contagiosa. A tutto questo si aggiungeva la mia stessa apatia, alimentata dalla routine quotidiana, che mi schiacciava con il suo stivale pesante ricordandomi senza pietà quella vita di tutti i giorni che non cambiava mai. Poi arrivò ciò che, in un primo momento, avrebbe dovuto essere una formalità rapida e che finì invece per trasformarsi in un’ulteriore e tediosa attesa di almeno trenta minuti, finché finalmente Luca —come un detenuto al quale fosse stata concessa la libertà condizionata— schizzò fuori dalla porta automatica di vetro fumé con l’espressione di un montone appena sgozzato. Con quella parodia riuscì a strapparci un sorriso e a farci capire che al controllo passaporti erano stati decisamente pesanti, cosa che ci confermò mentre lo abbracciavamo per dargli il benvenuto, lamentandoci nel frattempo della lunga attesa. Ci incamminammo verso il parcheggio. Non c’era tempo da perdere: la tariffa era esorbitante. Una delle trappole di quel sistema consisteva nel fatto che, superati i sessanta minuti, il costo aumentava vertiginosamente a ogni ora aggiuntiva. Mi indignava quel saccheggio così sfacciato, mascherato da sicurezza e sorveglianza, quando in realtà si trattava semplicemente di concedere tre o quattro metri quadrati su cui lasciare un veicolo senza che questo richiedesse alcuna attenzione o servizio supplementare. Un affare perfetto per qualcuno: investimento minimo nella manutenzione, guadagni netti quotidiani e quasi nessuna fatica. Mentre camminavamo verso la macchina, Luca iniziò a raccontarci il caos che si era scatenato all’interno del terminal prima che ci incontrassimo. Prima il dramma delle valigie, che avevano impiegato un’eternità ad arrivare sui nastri, e poi il caos nelle code del controllo passaporti. Un gruppetto di turisti distratti si era infilato nella fila sbagliata provocando un disordine monumentale e spezzando il delicato equilibrio che era già al limite. L’atmosfera, già tesa, si era surriscaldata ancora di più con i rimproveri reciproci: alcuni accusavano gli altri di aver mandato all’aria l’ordine delle file. Le code erano organizzate con precisione svizzera: una per i residenti, un’altra per i cittadini dello spazio europeo e una terza per il resto del mondo. A quanto pare, i più furbi —facendo finta di essersi confusi dopo aver notato che le colonne avevano lunghezze diverse— si erano precipitati a unirsi alla più corta, finché qualcuno li aveva avvertiti che si trovavano nella fila sbagliata. Gli altri viaggiatori indicavano i cartelli posti sopra gli accessi del controllo passaporti, scritti in varie lingue; naturalmente accompagnando il tutto con smorfie, esclamazioni e una discreta quantità di dita medie alzate. I furbetti, non volendo ammettere di aver decisamente passato il segno, fissavano ostinatamente le schiene di quelli davanti a loro, fingendo di non sentire. Mentre gli altri li osservavano con sorrisi sarcastici, in uno slancio d’orgoglio corsero a infiltrarsi nel mezzo della fila corretta, saltando la coda senza alcun riguardo. Naturalmente la risposta non tardò ad arrivare: li chiamavano “facce toste” e con altre espressioni poco gentili, incomprensibili ai più perché il cocktail linguistico era piuttosto ampio. Il luogo si trasformò nel teatro di una “lotta tra galli” che, a giudicare dal modo in cui Luca la descriveva, assomigliava piuttosto a un intero pollaio. Un baccano generale che ignorava il fatto di trovarsi a pochi metri dal controllo della polizia aeroportuale, dove, se lo scontro fosse degenerato, avrebbero potuto semplicemente negare loro l’ingresso. Infine aggiunse che gli agenti della dogana, irritati dall’ostilità generatasi durante lo scontro verbale —che, grazie a Dio, non era andato oltre—, erano diventati improvvisamente estremamente scrupolosi e avevano sottoposto ciascuno dei coinvolti a controlli particolarmente esasperanti. Secondo il racconto di Luca, l’ispezione era stata così approfondita che sembrava stessero perquisendo prigionieri terroristi a Guantánamo. Quest’ultimo commento, esilarante ma decisamente esagerato, ci fece scoppiare a ridere fragorosamente. La carica melodrammatica che imprimeva alla storia era insuperabile. D’altra parte comprendevamo la sua situazione e il bisogno di scaricare tutta la tensione accumulata, quindi lo lasciammo parlare senza interromperlo, affinché potesse sfogarsi fino in fondo. Lo raccontava così bene ed era così convincente che sembrava un conduttore radiofonico professionista intento a divertire i suoi ascoltatori: noi due, che ci piegavamo dalle risate per le sue trovate al limite del delirio. Sembrava di ascoltare un seguito de I predatori dell’arca perduta trasformato in commedia…
In quel momento credevamo ancora che la storia di Luca e il caos del suo arrivo fossero gli unici elementi degni di nota di quella mattina. Ci sbagliavamo. Gli aeroporti sono pieni di persone che si guardano senza vedersi davvero, e a volte basta uno sguardo perché qualcuno smetta improvvisamente di essere parte anonima della folla. Mentre ridevamo e ci dirigevamo verso la macchina, non immaginavamo che qualcuno stesse osservando la nostra piccola scena con un interesse molto più deliberato di quello che si riserva a degli sconosciuti di passaggio. Di lì a poco, quello che sembrava soltanto un normale ricongiungimento avrebbe assunto un significato completamente diverso. Ed è proprio lì che cominciò davvero la storia dell’inviata.


L’autore
Alfonso Corchero è autore di Tra l’asfalto e l’incenso, un’opera nata dall’esperienza, dall’osservazione e dalla ricerca interiore. La sua scrittura esplora le contraddizioni dell’essere umano, i momenti in cui la quotidianità si spezza e le esperienze che ci costringono a guardare dentro di noi. Lontano dall’offrire risposte preconfezionate, i suoi racconti invitano il lettore a riconoscersi nel cammino, nei dubbi e nelle trasformazioni di chi impara ad attraversare le proprie soglie.